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–Oh, lo so io, quello che dico. Il viaggiare è assai bello, e contemplare il levar del sole piace anco ai cacciatori di pernici; ma sarebbe assai meglio dormire nelle ore del sonno. Se Domineddio ha fatto il giorno e la notte, gli è segno che ci aveva le sue gran ragioni.

–Che cosa volevate da me, Giacomo?

–Ah, ora che ci penso…… ma in verità non ardisco parlarne…… Si figuri Vossignoria che ho fatto la più grande bestialità del mondo, e bisogna che Ella me la perdoni.

–Che cosa?—gridò Laurenti turbato.

–Vede? Vossignoria si riscalda già il sangue.

–Ma che cosa, in nome di Dio, che cosa?—incalzò Guido spazientito, il quale indovinava che nell'errore del Giacomo si trattava della donna gentile.

–Vossignoria mi perdonerà? ripetè il Giacomo.

–Sì, sì, vi perdono. La fatalità mi perseguita, ed io non darò cagione a voi dei colpi ch'ella mi avventa. Suvvia, dite, che cosa avete fatto di male? …

–Ecco! avevo una lettera fin da ieri mattina, per consegnarla a Vossignoria; ma Ella è stata sempre fuori; alla sera poi tutti que' bravi signori, amici di Vossignoria, mi hanno fatto alzare il gomito un po' troppo. Lo sciampagna non è acqua…. ed io, oltre a quello che mi mettevano nel bicchiere, ho trincato anche quello che Vossignoria non voleva mai bere.

–Giacomo, non mi tenete in aria coi vostri racconti! Quella lettera…..

–L'ho giù nel camerino, e se Vossignoria la vuole.

–Se la voglio! Andate, correte a pigliarla!

L'accento di Guido era cosiffattamente imperativo, che il Giacomo non istette a baloccarsi più oltre, e scesa la scala a precipizio, disparve nel vano della boccaporta.

Laurenti avea la febbre addosso. Che cosa era scritto in quella lettera! Che fatalità pesava su lui, da farlo partire senza che il Giacomo si ricordasse di dargli quel foglio, nel quale certamente v'era la sua vita o la sua morte?

Così pensando, rimase inchiodato sul sedile, ansante, sgomentito, ad aspettare che il Giacomo tornasse. Questi venne finalmente venne con aria contrita, il manigoldo, tenendo la lettera tra le mani.

Guido gliela strappò dalle dita; ma come l'ebbe afferata, non gli diè l'anima di rompere tosto il suggello. Guardò il cielo con atto disperato, come per accusarlo, nella piena del suo dolore, di quel calice d'amarezza ch'egli era forse sul punto di bere; quindi, scuotendo il capo, aperse la lettera e lesse:

«Guido,

«Bisognerà dunque cadervi a' piedi e gridar mercè? Voi temete di porre a risico la vostra dignità, parlando; e quando parlate, siete già lontano, come se aveste paura dell'effetto delle vostre parole.

«Vi amo; vi ho sempre amato, fin da quel giorno che mi avete condotta al camposanto, o per dire più veramente, egli fu in quel giorno che mi accorsi di amarvi. Che? credete voi forse che alla margheritina io dimandassi soltanto se sarei risanata?

«V'hanno di tali cose che non si può, non si ardisce, non si dee dirle a voce. Ma pensateci un tratto voi stesso e poi giudicate. Poteva io operare diverso con voi? Potevate voi fraintendermi a quel modo? Io, povera donna abbandonata da tutti, dovevo andare incontro alle vostre mezze confessioni? La passione di un gentiluomo par vostro, so di meritarla; ma un giorno sarebbe pure venuto che voi avreste pensato a quello stato di cose nel quale vi eravate per la prima volta imbattuto in me, e Luisa non poteva correre il risico dei vostri pentimenti.

«Ecco perchè ho riconquistato il mondo, innanzi di dirvi una parola, o di udirne una simigliante da voi. Ho veduto molti a' miei piedi, e vi giuro che ad ottenere cotesto non mi bisognarono lusinghe. Direte che fu vanità, o non crederete piuttosto che la dignità mia voleva così?

«Intanto, vedete quello che ho fatto. Quel regno che mi tornava in balìa, io l'ho rispinto, non esso me. Io esco regina, regina per tutti, salvo per voi che avete voluto vedermi ginocchioni, udire la mia confessione, in quella che io avrei avuto il compenso di molti patimenti ad udire la vostra. Ora tutti sanno che sono partita da Genova, dove non tornerò. Ho annunziato che andavo a Firenze, dove non mi troveranno di certo. Che importa a me? Vo a vivere una vita nuova, e per viverla debbo dimenticare affatto la prima.»

Una vita nuova! Dove? La lettera non diceva altro, si fermava a quel punto.

Guido non intendeva nulla di quel mistero. La confessione di quella divina lo aveva commosso per modo che non sapeva più dove fosse, se in terra o in cielo; la chiusa poi lo teneva sospeso nell'abisso, tra il cielo e l'inferno.

Il vecchio Giacomo era sparito, mentre egli leggeva. Si alzò agitato per andarlo a cercare, ma non potè fare un passo verso la scala. Dall'altra banda del cassero e' vedeva comparire il giardiniere, che col suo cappello in mano aiutava una signora a salire lassù.

Quella signora era vestita di seta cenerognola, a larghe pieghe; portava uno sciallo rosso di Persia mollemente raccolto intorno alla vita, e sulla bruna capigliatura aveva posato un cappellino di velluto alla foggia garibaldina, colle sue tre penne rosse nella risvolta della fronte.

Il cuore di Guido Laurenti fu per rompersi a quella vista, e le sue labbra mormorarono un nome: Luisa!

La donna gentile che già era salita sull'ultimo gradino, volse gli occhi sfavillanti verso di lui, gli sorrise, e si pose un dito sulle labbra, accennandogli che si volesse chetare.

Giacomo rideva di sottecchi, il susornione!

Allora Guido ricadde sul sedile, sopraffatto dalla gioia improvvisa; e come poco innanzi aveva mormorato il nome di Luisa, così mormorò ancora quest'altre parole:—regina delle donne!

Il sole in quel punto usciva radiante sul mare, e un lungo sprazzo di luce inondava la tolda dell'Amerigo Vespucci, che parea navigare in un oceano di splendori. La costa e le isole vedute in distanza, circonfuse di azzurro e di ranciato, non avevano apparenza di terre conosciute, ma piuttosto di regioni fantastiche alle quali due anime innamorate andassero a chiedere l'oblio del volgo umano e l'ombre propizie al più verecondo, al più nobile affetto che mai infiammasse creature mortali.

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