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E raumiliato in vista, ma contento d'aver detto la sua, andò a spillare il migliore, per servir degnamente i due forastieri; indi, colmate le bottiglie, si affrettò a portarle di sopra, insieme col pane e i camangiari.

Si affrettò, dico, ma non fu tanto sollecito a ritornare, come al padrone pareva che egli ragionevolmente dovesse; epperò n'ebbe da mastro Bernardo un'altra ripassata delle solite.

–Diamine!—sclamò il Maso.—Come ho a fare? Cinquantadue scalini non si salgono e non si scendono mica in un batter d'occhio!

–Cinquantadue! Tanti ce n'ha dal pian terreno al terrazzo.

–E appunto lassù ho dovuto apparecchiare. Hanno voluto così.—

Mastro Bernardo rimase lì a mezzo, colla mano sullo schidione e le ciglia inarcate.

–Che diavolo!—gridò egli sbalordito.—Sul terrazzo? in fin di novembre?

–La giornata è bella;—notò il ragazzo.—I due messeri hanno detto che par primavera e vogliono profittarne per godersi la vista….

–Della Caprazoppa!—interruppe l'ostiere.

–Eh, già, della Caprazoppa;—soggiunse il Maso.—Voi stesso, padrone, non dite che la valle è stretta, ma bella a vedersi? E poi, non si vede soltanto la Caprazoppa, di qua. Si guarda a manca, e si vede il mare; a destra, e si vedono le case del borgo, il castel Gavone e la roccia, di Pertica, Così l'hanno intesa i due forastieri, e, scambio di mettersi a tavola, sono andati a sedersi sul murello, per contemplare il paese.

–Uhm! uhm!—borbottò mastro Bernardo.—Che fossero davvero due genovesi? Bisognerà sincerarsene.

–Padrone,—ripigliò il Maso,—s'ha a darlo in tavola, il pollo?

–Non ancora; lo porterò io, quando sarà rosolato per bene. Va intanto lassù, moccicone, e vedi se non hanno mestieri di te.—

Cuoceva assai più del suo pollo, l'ostiere. Natura l'avea fatto curioso; amore della sua terra lo facea sospettoso per giunta. E qui cade in acconcio un cenno storico, il più breve che per me si potrà, donde il lettore benevolo avrà qualche lume intorno alla diffidenza di mastro Bernardo.

Quel tratto di paese, che dopo il 1100 formò il marchesato del Finaro, era compreso per lo innanzi nel marchesato di Savona, e facea parte del patrimonio di quel famoso Abramo, che la leggenda disse nato d'ignoti pellegrini e rapitore d'una figliuola di Ottone I, ma che la storia chiarisce figlio d'un conte Guglielmo, venuto di Francia, con trecento lance, in aiuto al marchese Guido di Spoleto.

Di questo Aleramo, che ben potè avere ottenuta in moglie l'Adelasia della leggenda, poichè egli appare esser stato carissimo ad Ottone I, e da lui fatto signore di largo dominio, nacquero i marchesi di Monferrato e, ramo minore, ma non manco rigoglioso ed illustre, i signori Del Carretto, marchesi di Savona e d'altre terre sull'Appennino. Venuto a morte nel 1268 Giacomo Del Carretto, sesto della discendenza d'Aleramo, l'eredità sua andò spartita in tre figli, e l'ultimo d'essi, Antonio, ebbe per suo terziere, e trasmise ai suoi successori, il Finaro.

Congiunti d'antico parentado ai marchesi di Monferrato, prossimi consanguinei dei marchesi di Millesimo, di Ponzone, di Cortemiglia e via via, di tutti i borghi delle Langhe, ultimi rimasti sulla Riviera di ponente a rappresentarvi il feudalismo invasore delle regioni settentrionali d'Italia, non potevano i marchesi del Finaro esser veduti di buon occhio dalla genovese Repubblica, che, utilmente pei futuri destini dalla penisola, sebbene non sempre con mezzi leciti e con nobiltà d'intento, mirava al dominio di tutta Liguria. Però non istettero molto a nascere e ad infierir le contese. E Genova, fattasi, nel 1305, per cessione sforzata d'uno tra que' marchesi, padrona di una parte del territorio, a viemmeglio assicurarsene il possedimento, innalzava sollecitamente sulla marina del Finaro la ròcca di Castelfranco, che aveva a perder di poi.

Ma Castelfranco e i diritti di Genova sulla terza parte del Finaro, avevano cionondimeno a rimanere continuo argomento di litigio tra la Repubblica e i marchesi Del Carretto. La quistione sarebbe stata presto risolta colla peggio di questi, se le intestine discordie genovesi non avessero condotta la città in gravi distrette e travolto il suo reggimento in balìa dei signori di Milano. E i marchesi del Finaro ne fecero lor pro, alleandosi coi nemici di Genova, accogliendone ad onore i fuorusciti, dando aiuto ai capitani di ventura, mandati a guerreggiarla, e quinci e quindi occupando le terre circonvicine, che ella aveva per sue.

In questa maniera di guerra, si chiarì più audace de' suoi antecessori il marchese Galeotto, uomo d'animo grande oltre lo stato, e, ne' suoi avvedimenti contro Genova, sovvenuto dal patrocinio di Filippo Maria Visconti, signor di Milano. E appunto nella primavera di quell'anno, che fu, siccome si è detto, il 1447, una nave del Finaro, impadronitasi d'una nave genovese de' Calvi, l'avea tratta come buona preda al marchese. Dolse ai genovesi lo sfregio sul mare, più che non avessero potuto gli altri danni molteplici in terra; perciò fu deliberato di trarne vendetta sollecita, e tanto più allegra, in quanto che, essendo al termine di sua fortuna, e altresì di sua vita, il Visconti, ed ospite di Galeotto essendo il fuoruscito Barnaba Adorno, antico doge, balzato di seggio da Giano Fregoso in quell'anno, i vecchi nodi coi nuovi pareano stringersi al pettine, e molti torti si vendicavano in uno.

Per altro, infiammati i genovesi alla guerra, Giano Fregoso mirava a sfruttare quello sdegno cittadino per utile suo; e copertamente faceva proposta di pace a Galeotto, chiedendogli in moglie Nicolosina, la sua bella figliuola, e in balìa l'ospite Adorno, il cui riscatto, già fermato in diecimila genovini d'oro, prometteva egli di costituire in dote alla sposa. Disdegnò le celate proposte il marchese, mentre pure incalzavano le intimazioni della Repubblica, aperte queste e solenni. E in quelle proposte di Giano, e in queste intimazioni del Doge, parecchie ambascerie s'erano spese, tra il marzo e il novembre, ma tutto senza alcun frutto presso il marchese. Egli, o fidasse nell'aiuto de' consanguinei, stretti in lega con lui, o dal medesimo spesseggiar dei messaggi argomentasse debolezza ne' suoi nemici, o non pigliasse consiglio che dal suo animo prode, si tenne saldo nel niego.

E pronto si teneva altresì alla prova dell'armi. Il borgo era munito d'ogni maniera di difese; Castelfranco, scolta avanzata del Finaro, mentendo alle ragioni per cui era stato costrutto, si mostrava preparato a sostener l'urto de' suoi fondatori. Senonchè, i genovesi parevano piuttosto propensi a minacciare, che a muover guerra risoluta e gagliarda. L'ultima ambasceria, quella di messere Ambrogio Senarega, non avea l'aria di recare ai Del Carretto le ultime ragioni della Repubblica; epperò se ne aspettava un'altra, con grande molestia dei finarini, i quali vedevano le loro valide braccia rapite all'utile lavoro dei campi o delle officine, per aspettare un nemico che non veniva mai, e tutti li costringeva a quell'uggioso stato di aspettazione, che non è guerra, nè pace, e non dà modo di godere i frutti di questa, nè di sperare imminenti le conseguenze, buone o triste, di quella.

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