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Дата написания1970-01-01
Язык книгиit
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Страница 69 из 71–Eh lo so, bighellone! Prima si manda la nespola al Borgo, e poi metteremo dentro costui. Messere dell'archibugio,—soggiunse il Picchiasodo, volgendosi al Sangonetto con una celia da camposanto,—o quanto non era meglio per voi che vi foste fatto vivo con me, laggiù, all'osteria dell'Altino? Ma già,—proseguì borbottando,—se voi foste stato un uomo di polso, non vi sareste macchiato di tradimento e d'infamia. Animo, a te, bombardiere! Avanti l'uncino, e fuoco!—
Il bombardiere obbedì, togliendo l'uncino arroventato dal braciere e accostandolo al focone. Seguì un lampo e insieme col lampo un fragore, uno schianto, come di folgore, che intronò le orecchie di tutti gli astanti e a qualcheduno fe' peggio. La palla era uscita, ma in pari tempo era andata in frantumi la canna. La signora Ninetta, la povera signora Ninetta, amore e delizia di Anselmo Campora, era andata dove vanno tutte le cose vecchie, e talvolta anco le giovani; e ben se ne avvide il suo cavalier servente, quando fu diradata la nube che lo scoppio della polvere aveva prodotta, e si udirono le strida di parecchi soldati, feriti dalle scheggie del pezzo.
–Ah, per l'anima di! ….—gridò il Picchiasodo, che non sapeva più in nome di chi bestemmiare con frutto.—Birbe matricolate! La mia bombarda! La regina delle bombarde! Vedete un po'! E stamane, poi, proprio stamane! Ma che diamine avete voi fatto? Forse nel trarla quassù l'avreste lasciata ruzzolare pei sassi?
–No, messere Anselmo; s'è portata con ogni cura e non le si è fatto alcun male;—gridarono ad una voce i soldati.
–Già,—entrò a dire Giovanni di Trezzo,—tanto va la gatta al lardo che vi lascia lo zampino. Anche le bombarde sono mortali, e voi saprete quello che ha detto il poeta: Cosa bella e mortal…
–Sì, sì, ho capito!—interruppe il Campora.—Questa è opera del Cattabriga, che, fedele alla sua praticaccia, mi avrà risciacquato la bombarda coll'aceto.
Il Picchiasodo si apponeva; chè infatti il mal uso di lavar le bombarde coll'aceto era spesso cagione di simili guasti, e non tutti se ne volevano persuadere. Il Cattabriga, bombardiere a cui Anselmo Campora avea dato cagione di quella disgrazia, era lì per rispondere, chiedendo scusa al suo comandante, allorquando il Maso uscì fuori con una delle sue solite arguzie.
–Messer Anselmo—diss'egli—credete a me, non è l'aceto. La signora Ninetta è una bombarda per bene. Ha veduto il brutto coso con cui volevate appaiarla, e al disonore ha preferito la morte.—
Il Picchiasodo lo guardò un tratto in silenzio, come se stesse in forse, meditando la profondità dell'osservazione. L'amore per la sua povera bombarda gli diede il tracollo.
–Tu hai colpito nel punto,—gridò,—ed ecco una osservazione che ti salva la vita. A te! ami quest'uomo?—gli chiese, additandogli il Sangonetto.
–Come il fumo negli occhi!—rispose il Maso.—È un traditore del mio paese; faceva l'occhiolino ad una certa persona che è sempre piaciuta a me; ha fatto, come sento or ora, un'azionaccia… Come volete che io l'ami?
–Ti sentiresti di fartela con lui?
–Perdio!—sclamò il Maso.—Ve lo infilzo come un tordo allo spiedo.
–Sta bene, hai qui la mia spada. Tienla per amor mio, te la regalo. E tu, mascalzone,—proseguì il Campora, contento di aver trovato una via così spiccia,—levati di qua; vattene al Borgo, se ti ricevono, e se questo giovinotto ti consentirà di arrivarci!—
Il Sangonetto cadeva, come suol dirsi, dalla padella nella brace.
–Messere,—balbettò egli, con voce piagnolosa,—chiudetemi in una prigione per tutta la vita, vi supplico…
–No,—rispose il Picchiasodo,—mi faresti scoppiar la prigione dalla vergogna. Va via! Fategli largo, voi altri! E tu, piglialo, da bravo!
–Ammazza! ammazza!—gridarono in coro i soldati, vedendo il Sangonetto che batteva il tacco verso la china.
–Non dubitate,—gridò il Maso, correndogli sull'orme,—è un uomo morto.—
I soldati del Campora e di Giovanni di Trezzo ebbero allora uno spettacolo di corsa, che nel Circo massimo, ai giuochi gladiatorii, non ebbe l'uguale il più famoso popolo della terra, Il Sangonetto, veduto andargli a male la sua ultima speranza, s'era dato a fuggire, e volava via come il vento. Come fu al ciglione del poggio, piegò improvvisamente a dritta, e giù a fiaccacollo, guadagnando una cinquantina di passi sul Maso che lo seguiva furente.
I soldati corsero sui greppi per averne l'intiero.
–Lo perde!—No, non lo perde!—Vedrete; là dietro alla macchia dei roveri lo raggiunge di certo.—Che! vedetelo là, il furfante; va via come una lepre.—Sì, ma l'altro è buon cane da giungere, e non gli dà troppo campo.—Ah, diamine, eccoli là nel torrente!—Incespica!—Chi?—Il giovinotto, perdiana! Ma ecco, si rialza; non s'è fatto nulla.—E quell'altro, vedete un po'! Già, la fortuna aiuta i bricconi. Piglia la via della Caprazoppa.—E qual'altra volete che pigli? Se va al Borgo, è un uomo spacciato. Se volta a tramontana, intoppa nel battifolle di Gorra.—O come? Non si vede già più?—Lo nascondono quei massi sporgenti. Guardatelo ora, là tra quei due cespugli, che s'inerpica.—Ha da essere stanco la parte sua. Ma l'altro, dov'è?—Guardate è là sotto, a cento passi più giù.—Lo perde!—No, non lo perde. Vedete? lo fiuta da lunge, e si rimette sull'orma.—
Questi i ragionari dei soldati, lungo la costiera occidentale di castel Gavone. Intanto, era vero che il Sangonetto aveva fatto ogni poter suo, e che il petto non gli reggeva più oltre a sostener quella gara mortale. Giunto a fatica presso uno di que' massi biancastri che sporgono fuor della ripida costa, sotto la roccia dell'Aurèra, si gittò per morto a rifugio entro una fratta di arbusti e sterpi intralciati. Colà ristette, trattenendo a forza il respiro, sperando che il suo nemico avesse smarrito la traccia.
E ciò temettero dal canto loro i soldati genovesi. Il Campora già si pentiva di aver fatto al briccone un così largo partito. Ma poco stante comparve il Maso al piè dello scoglio; i soldati lo videro star perplesso un istante, indi con passo guardingo inoltrarsi, strisciar quasi a mo' di serpente lunghesso i fianchi scoscesi del masso. Quel che seguisse, non fu dato ad essi di scorgere; bensì parve loro di udire a qualche distanza un grido lamentevole. Indi a non molto, una massa informe, come un sasso, o un batuffolo di cenci (la frase era del Campora) precipitava da quel greppo, ruzzolava per la china paurosa del monte.
–Animo, ragazzi!—gridò il Picchiasodo.—Ci abbiamo avuto un'ora di svago. È tempo di tornare ai fatti nostri. E così vada bene ogni cosa per noi, come questa c'è andata, coll'aiuto di Dio.
–Amen!—risposero i bombardieri, che vedevano il loro comandante di buon umore e s'arrischiavano a far gazzarra con lui.
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