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Дата написания1970-01-01
Язык книгиit
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Страница 68 из 71–Ehi, dico, non mi dare la volta! Qua, mal arnese, e sentimi questo po' di tanaglia. A voi, dopo tutto; non cercate più altro, ecco l'uomo!—
Da questo breve discorso il savio lettore argomenterà i gesti del Campora, che io non mi fermo a descrivere. E nemmanco mi dilungherò a raccontare come il Sangonetto, tirato a forza davanti a madonna Nicolosina, che non voleva accusarlo, si buttasse vilmente ginocchioni ai suoi piedi, e ne implorasse la intercessione presso il capitano generale. Il lettore ne sarebbe stomacato come lo fu messer Pietro Fregoso.
–Basta!—diss'egli, stizzito,—Levatemi questo codardo da' piedi! Anselmo, tu sei pratico di queste faccende e sai che cosa ci voglia per mantenere la disciplina e custodir l'onore di un esercito. Ti dò questo briccone in governo; fanne giustizia a tuo senno.
–Eh! un bel regalo!—borbottò il Picchiasodo tra i denti.
Messer Pietro tornò poco stante alle cure del comando; chè, preso il castello Gavone, non era già finita ogni cosa, ma bisognava tener salda la preda e provvedere in pari tempo alla sicurezza dell'esercito, contro ogni colpo disperato del Borgo.
Le precauzioni non erano inutili. Gente risoluta ce n'era in buon dato nel Borgo, anche dopo la partenza, voluta a forza un mese addietro dal marchese Galeotto, di messer Barnaba Adorno e degli altri della sua casa; ai quali, perchè fuorusciti di Genova e mortalmente odiati dai Fregosi, dovevasi risparmiare ad ogni costo il brutto quarto d'ora d'una resa, oramai preveduta da tutti. Rimanevano adunque nel Borgo i congiunti e i principali aderenti del marchese; e bene pensava messer Pietro, che, pigliato di sorpresa il castello, bisognasse assicurarsene il possesso, rafforzandolo con molta mano di soldatesche e sussidio d'artiglierie, prima che i difensori del Borgo fossero per riaversi dallo stupore.
Frattanto, il nostro bravo Giovanni di Trezzo conduceva madonna Nicolosina, la madre e l'altre donne, a riparo nella chiesuola di San Giorgio, che era dentro al castello, e colà usava ogni maniera di cortesi trattamenti ad essa e agli altri ragguardevoli uomini di casa Carretta, che erano stati colti in quella notte lassù.
Tra queste ed altre cure simiglianti, giunse il mattino, lieto per gli uni, doloroso per gli altri, siccome avviene pur troppo di tutti i giorni dell'anno. Anselmo Campora era già sulla spianata davanti al castello, per mettere in sesto la signora Ninetta ed alcune bombardelle tirate in fretta lassù dal battifolle di Pertica, mentre i soldati di Trezzo e i mastri di legname, sparsi nei dintorni, lavoravano ad asserragliare il poggio dalla parte del Borgo. Lavoro arrangolato e sollecito, poichè si temeva che da un momento all'altro potessero i finarini tentare un colpo disperato sull'erta.
–Aspettate;—diceva il Picchiasodo;—or ora manderemo a quegli ostinati una nespola del nostro orto, e saprà loro d'acerbo. A proposito, s'ha a far giustizia di quell'altro. Ohè, Falamonica, dov'è il prigioniero?
–Sotto chiave nei fondi del castello, come avete ordinato;—rispose il Falamonica, che i nostri lettori avranno creduto morto, laddove egli non aveva preso che un bagno freddo.
–Orbene, vallo a pigliare e portalo qua. Quell'altro ha già avuto il fatto suo dalla donna; al suo degnissimo sozio glielo daremo noi, in lire, soldi e danari.—
Poco stante, un drappello di soldati conduceva sulla spianata Tommaso Sangonetto, il prode Sangonetto, bianco il volto come un cencio lavato, e già più morto che vivo.
–Messer Pietro mi ha posto un bel carico sulle braccia!—borbottò il Campora, vedendo giungere quel disgraziato.—Che vi pare, amico Giovanni? S'ha proprio a caricarne la bombarda, di quel batuffolo di stracci?
–Perdio!—rispose Giovanni di Trezzo.—Fate come v'aggrada, Anselmo, poichè il capitano generale v'ha lasciato in governo il panno e le forbici. Ma io domanderò a voi che cosa si è sempre fatto delle spie, dei disertori e dei furfanti pari a costui. Per me, ve lo dico schietto; se fossi il mastro de' bombardieri, vorrei risparmiare una palla.
–E sia;—ripigliò il Picchiasodo.—a voi dunque, signora Ninetta; preparatevi a ricevere in casa un briccone.—
Il Sangonetto, come i lettori possono figurarsi, guatava con occhio smarrito ora il Picchiasodo ora Giovanni di Trezzo, e ansimava, sudava freddo e tremava; sopratutto tremava e gli battevano i denti, e gli si piegavano le ginocchia. I soldati, più assai che tenerlo stretto nelle ugne, dovevano reggerlo sotto le ascelle, che non avesse a cascare da senno, come un batuffolo di stracci.
In quel mentre, il Falamonica si messe a gridare.
–Chi?—domandò il Picchiasodo.
–Vedete, messere; il vostro cucco, il vostro prediletto, il mariuolo che m'ha gettato nel pozzo.—
Colui che il Falamonica segnava a dito, era per l'appunto il Maso, fatto prigioniero nella beltresca, riconosciuto da alcuni soldati pel fuggitivo del giorno addietro, e condotto da essi al Campora, colla speranza di averne la mancia.
Anche il Maso riconobbe il Falamonica, e se fu contento di non averlo mandato a male, non si tenne altrimenti per salvo.
–Son fritto!—diss'egli un'altra volta in cuor suo.—Non c'è più scappatoie.—
Per altro, nell'avvicinarsi alla comitiva, l'animoso giovinotto volle ancor dire la sua.
–Ah, sia lodato il cielo, Falamonica! Siete voi, proprio voi, in carne ed ossa!
–E nervi, per stringerti il nodo alla gola, assassino!—rispose il Falamonica, guardandolo a squarciasacco.
Il Picchiasodo entrò in mezzo al discorso.
–Furfante!—diss'egli, aggrottando le ciglia o ingrossando la voce.—Così hai risposto alle mie amorevolezze per te?
–Scusate, padron mio riverito;—rispose il Maso, facendo faccia tosta;—ero prigione, ma non già sulla parola, nel campo vostro. Sono fuggito, per tornarmene quassù, a fare il debito mio di finarino e di soldato. C'è la storia del pozzo, lo capisco; ma il pozzo era poco profondo, e difatti, ecco qua il Falamonica, più sano, e credo anche meglio pasciuto di prima, mentre io non ho più messo altro in corpo, dopo la vostra ultima minestra. Messere Anselmo, fatemi impiccare, se ciò vi dà gusto e se è necessario alla vostra felicità; ma ditemi in grazia una cosa: ne' miei panni, ieri, che cosa avreste fatto voi?
–Si domanda? Avrei dato fuoco alla baracca ed al campo;—rispose il Picchiasodo alzando la spalle e facendo cipiglio, per nascondere un sorriso che gli spuntava già sotto i baffi.—Dal resto,—aggiunse,—siccome io non ero ne' tuoi panni, ieri, non vorrei esserci oggi per tutto l'oro del mondo.
–Già, capisco;—borbottò il Maso;—puzzano d'impiccato un miglio lontano.
–Torniamo a noi,—ripigliò il Picchiasodo,—e sbrighiamo anzitutto quell'altro.
–Messere,—disse il Falamonica sottovoce al padrone,—sapete che la bombarda è carica.
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Rimanevano adunque nel Borgo i congiunti e i principali aderenti del marchese; e bene pensava messer Pietro, che, pigliato di sorpresa il castello, bisognasse assicurarsene il possesso, rafforzandolo con molta mano di soldatesche e sussidio d'artiglierie, prima che i difensori del Borgo fossero per riaversi dallo stupore."},{"id":"content15:43","kind":"paragraph","text":"Frattanto, il nostro bravo Giovanni di Trezzo conduceva madonna Nicolosina, la madre e l'altre donne, a riparo nella chiesuola di San Giorgio, che era dentro al castello, e colà usava ogni maniera di cortesi trattamenti ad essa e agli altri ragguardevoli uomini di casa Carretta, che erano stati colti in quella notte lassù."},{"id":"content15:44","kind":"paragraph","text":"Tra queste ed altre cure simiglianti, giunse il mattino, lieto per gli uni, doloroso per gli altri, siccome avviene pur troppo di tutti i giorni dell'anno. Anselmo Campora era già sulla spianata davanti al castello, per mettere in sesto la signora Ninetta ed alcune bombardelle tirate in fretta lassù dal battifolle di Pertica, mentre i soldati di Trezzo e i mastri di legname, sparsi nei dintorni, lavoravano ad asserragliare il poggio dalla parte del Borgo. Lavoro arrangolato e sollecito, poichè si temeva che da un momento all'altro potessero i finarini tentare un colpo disperato sull'erta."},{"id":"content15:45","kind":"paragraph","text":"–Aspettate;—diceva il Picchiasodo;—or ora manderemo a quegli ostinati una nespola del nostro orto, e saprà loro d'acerbo. A proposito, s'ha a far giustizia di quell'altro. 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